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Che le note abbiano il potere di spalancare le porte della percezione non è una scoperta dei Doors. Lo sapevano già Platone e Aristotele, che mettevano in guardia dalle alterazioni provocate da ritmi ossessivi e melodie ipnotiche. Eppure, proprio il potere estatico di certe composizioni ha alimentato gran parte della controcultura giovanile contemporanea. Jim Morrison, novello Dioniso, insegna

Tutti gli occhi sono fissi su di lui. È solo sul palco, vestito con un abito stravagante e coloratissimo. Sta cantando, mentre col plettro batte con forza sulle corde. Tutto il pubblico è in delirio: ventimila persone che si agitano, gridano, si commuovono, seguono rapite ogni parola e ogni nota. E anche il performer sembra in delirio, come fosse esaltato, posseduto da un demone. Non è la cronaca di un concerto rock. È la parafrasi, fedelissima, di un passo dello Ione di Platone. Il filosofo sta descrivendo l’esibizione di un rapsodo: uno di quei cantori che recitavano in pubblico i versi di Omero accompagnandosi con la cetra. Recitazioni che, come racconta Platone, erano veri e propri spettacoli. Dove, non meno dell’incanto delle parole, contava la forza del ritmo e della musica.

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