News

16 marzo recensione bias razza-1

La coda lunga del pregiudizio della “razza”

di LUCIA CAPUZZI

 

Gli esperti lo chiamano bias. È un errore di valutazione – individuale e collettivo – che porta a un’opinione non conforme alla realtà. Una sorta di auto-inganno. Dovuto a vari fattori: da uno sbaglio nel modo di consultare le fonti o a un’errata interpretazione dei risultati. I differenti bias sono antichi come il cervello umano. In alcune epoche, però, si fanno particolarmente pressanti, con conseguenze sociali e politiche spesso nefaste. Nella nostra, ad esempio. Ne è convinto Felice Di Lernia, editore di Durango, che ai “bias contemporanei” ha voluto dedicare un’apposita collana. Il primo saggio Il bias della razza (pagine 140, euro 15,00) – che contiene gli interventi dei giovani antropologi Roberto Inchingolo, Angela Biscaldi, Stefania Spada, Luca Buscema e Cosimo Nicolini Coen – esplora il nodo della razza, a oltre otto decenni dall’uscita del tragico Manifesto, preludio all’approvazione delle vergognose leggi razziali in Italia.
Gli studi genetici, da Richard Lewontin in poi, hanno dimostrato l’inesistenza biologica della razza. Non siamo, cioè, sufficientemente diversi fra noi per poter dividere l’umanità in gruppi nettamente separati, almeno dal punto di vista biologico. Per questo, la sociologia e l’antropologia hanno sostituito lo spinoso termine con i più neutri concetti di etnia o popolazione. Anche questi, però, possono essere facilmente manipolati. Il problema, dunque, è tutt’altro che risolto. Anzi, da qualche tempo, il concetto di razza è tornato di moda. Nel 1994, l’opinionista statunitense, Charles Murray, ha pubblicato, insieme allo psicologo Richard Hernstein, The Bell Curve, in cui sostiene il carattere razziale dell’intelligenza. Non si tratta di una boutade isolata. Il razzismo scientifico – e non solo – è in una fase di revival, dentro e fuori le librerie. Autori come i canadesi John Philippe Rushton e Jordan Paterson, il britannico Richard Lynn, Steve Sailer, lo statunitense Richard Spencer hanno riportato in auge, a dispetto delle prove fornite dai genetisti, alcuni concetti propri del vecchio razzismo Ottocentesco. Ovvero il legame tra colore della pelle e quoziente intellettivo o predisposizione al crimine. Lo fanno, però, spesso, ammantando i loro discorsi con concetti più facilmente digeribili dal corpo sociale, come cultura o etnia. L’elogio della diversità fra queste ultime, nella loro narrazione, è volto a produrre il rifiuto della differenza.
L’espressione, ad esempio, «i popoli devono mantenere la loro identità culturale» – potenzialmente condivisibile – viene impiegata come arma contro le migrazioni. In quest’ottica, gli spostamenti di popolazione diventano un attentato «al diritto all’identità» e, per tanto, vanno contrastati. Su tale sostrato cognitivo poggia l’idea – errata – della migrazione come invasione. Come uscire dal labirinto del bias? La proposta di Il bias della razza è quella di aggrapparci al concetto di umanità. «La risorsa del corpo, della percezione animale, evocata da Lévinas, la percezione di ciascuno di noi […] – conclude il saggio -. È in quest’ultima che si radica la condizione di possibilità del concetto di umanità».

 

 

Qui puoi scaricare l’articolo in pdf:

16 marzo recensione bias razza

yoast seo premium free