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La consegna di Julian Assange da parte dell’ambasciata ecuadoriana alle autorità di polizia britanniche segna una svolta nella vicenda del fondatore di WikiLeaks, che potrebbe essere estradato negli Stati Uniti e finire dietro le sbarre di una prigione con i suoi carcerieri che gettano via, teoricamente, le chiavi della sua cella.

Assange ha sulla testa accuse pesanti, dallo spionaggio all’attentato alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. In realtà ha fatto ciò che ogni giornalista dovrebbe fare, diffondere notizie rilevanti per l’opinione pubblica, sia che si tratti del comportamento di uno Stato che di una impresa, di un singolo o di un gruppo organizzato.

WikiLeaks, nel corso del tempo, ha diffuso notizie su corruzione, violazione delle leggi e comportamenti illeciti di militari impegnati in azioni di guerra. Ha cioè dato spazio sul proprio sito Internet – ma non solo, dato che ha operato anche con media cartacei – a materiali ufficiali ma segretati di istituzioni o imprese, avvalendosi della collaborazione di uomini e donne che vengono chiamati whistleblowers.

Per questa attività informativa Assange e WikiLeaks dovrebbero essere ringraziati, ma non sempre le autorità statunitensi, inglesi, australiane, ma sicuramente anche di altri paesi, compresa l’Italia, hanno letto l’ormai classico Storia e critica dell’opinione pubblica di Jürgen Habermas, dove il filosofo tedesco sosteneva che compito dei media era di informare un pubblico secondo alcune regole – la pertinenza e la verifica delle informazioni diffuse – ma anche di sottoporre a controllo dell’opinione pubblica l’operato del sovrano di turno.

Questo ha fatto Julian Assange e WikiLeaks. E per questo andrebbe liberato. Detto questo, l’esito parziale di questa vicenda richiede una analisi disincantata, spregiudicata dei pregi e dei limiti dell’operato di WikiLeaks.

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